Riflessioni

Può la letteratura chiudere la nostra mente?

E ora, qualcosa di completamente diverso: voglio condividere con voi una piccola riflessione su un argomento che mi ha particolarmente colpito.

Pochi giorni fa, in un gruppo dedicato alla letteratura contemporanea, si è sviluppato un incidente di percorso (chiamiamolo così). Una ragazza pubblica l’estratto dal libro “Sorella, mio unico amore” per incitare i membri del gruppo a riconoscerne il titolo. Il passo citato è questo:

“La donna ha un buco in mezzo alle gambe, l’uomo ci ficca il cazzo.”
Allora è questo che fanno gli adulti?
C’era una rozza semplicità in quel fatto. Una sorta di geometria.
Ma Skyler ci rimugino su, scettico.
Si chiedeva: “Perché?”

È un passo molto intenso che avviene poco dopo la separazione dei genitori del protagonista. Nel contesto, quel breve scambio di parole serve a dimostrare la profonda grettezza mentale dei ragazzi che crescono in famiglie agiate e ipocritamente cristiane: il pezzo scelto è particolarmente crudo e disumanizzante, tuttavia, l’estratto lascia uno spiraglio di riflessione al lettore, che si ritrova a pensare alla perdita dell’innocenza e alla riduzione della dimensione umana al mero “carne e sesso”.

Sarà stato per la crudezza del linguaggio o perché Joyce Carol Oates è un’autrice fortemente polarizzatrice, complice anche la scarsa conoscenza di alcuni membri in merito; fatto sta che il post si è subito acceso di urla e furore, di insignificanti polemiche montate da chi si sarebbe tenuto ben lontano dal leggere quel libro per un pregiudizio personale.

Fra i molti commenti a quel post, uno in particolare si è distinto non per il linguaggio usato, quanto per il messaggio che ha voluto veicolare.

L’autore del commento, un uomo che si descrive come “scrittore”, definisce «una porcheria» il testo riportato, definendo l’autrice una donnetta che «vuol far soldi facili con gente che non ha altro in testa» – ammettendo, in modo implicito, di non aver mai letto nulla dell’autrice in questione.

Il sottoscritto gli ha fatto notare che non può esprimersi su un autrice di cui non ha mai letto nulla all’infuori del pezzo citato – chi ha letto la mia recensione saprà anche per sommi capi quali sono gli argomenti affrontati dal romanzo. Eppure l’altro non si è scosso di un millimetro; anzi, ha rincarato la dose giustificando la propria posizione con un commento violento, borioso, arrogante e nichilista:

Non ho bisogno di leggere “spiegazioni” del genere. Non mi interessano proprio. Leggo ciò che mi interessa e mi insegna qualcosa.

A questo punto mi sono chiesto: che cosa avrà imparato dalle sue letture? Quali letture sono risultate interessanti per lui e gli hanno insegnato a odiare un’autrice che non conosce?

Sì, insomma… può la letteratura che scegliamo chiudere i nostri orizzonti?

Non c’è molto da girarci intorno: noi siamo ciò che leggiamo perché proiettiamo nelle nostre letture un forte desiderio. C’è chi legge fantasy per fuggire dal grigiore quotidiano o vivere una o più metafore della vita nelle gesta di eroi e antieroi; c’è chi adora la fantascienza perché ama sperare o perché spinto a porsi domande etiche sui progressi dell’uomo. I gialli ci appassionano perché siamo affascinati dal mistero, mentre i thriller solleticano l’accanimento tutto umano per il morboso, il grottesco e il pericolo di vita.

Quando a noi lettori piace un libro potremmo rileggerlo, per scoprire così nuovi piccoli dettagli sfuggiti a una prima lettura o, perché no, un libro completamente diverso. (Lo ammetto: mi è capitato con “L’urlo e il furore” di William Faulkner, che recensirò prossimamente). Se poi il genere ci piace particolarmente, facciamo di tutto per rivivere le stesse esperienze comprando libri vicinissimi alle nostre esigenze emotive.

Al di sopra di tutto questo, c’è la capacità che abbiamo noi lettori di cercare nei libri un insegnamento – non una morale! – che ci permetta di osservare la realtà sotto diversi punti di vista. Le storie che leggiamo sono vere perché vogliamo che siano vere, alcune le vogliamo addirittura ritrovare nella realtà proprio per mettere in pratica quegli insegnamenti o, se la storia è andata particolarmente male, trovare una soluzione al conflitto che i protagonisti non sono riusciti a risolvere. (Su questo, il postmoderno ha davvero avuto molto da dire!)

Quindi, tutto questo può sembrare positivo per il lettore o la lettrice… ma c’è l’altra faccia della medaglia che emerge prepotentemente. Per spiegarlo, devo introdurre il concetto di “camera dell’eco”.

Una camera dell’eco (echo chamber) è una situazione in cui «le informazioni, le idee o le credenze vengono amplificate o rafforzate dalla comunicazione e dalla ripetizione all’interno di un sistema definito». Questo è un fenomeno che trova la sua applicazione diretta nei social network come Facebook. «[L]a cerchia di amici e conoscenti di un soggetto, come spesso accade, condivide idee e pensieri simili[, così] sulla pagina Social compariranno notizie, articoli e commenti che contribuiranno sempre più ad amplificare una visione univoca ed acritica su quell’argomento». (Fonte: Wikipedia)

In una camera dell’eco siamo viziati da ciò che permettiamo che ci circondi, confermando le nostre convinzioni o credenze che potrebbero essere errate. Possiamo applicare questo ragionamento alla nostra biblioteca personale: è una biblioteca che abbiamo scelto con cura proprio perché abbiamo voluto che riflettesse i nostri gusti in fatto di letteratura. Per dirne una, se fossimo amanti del giallo, avremmo in casa la collezione completa dei libri su Sherlock Holmes. Non c’è nulla di male nel perseguire i propri gusti e nutrirli adeguatamenteIl problema sorge quando facciamo in modo che essi guidino la nostra scelta in tutto e per tutto, istituendone così un pregiudizio letterario. Insomma, quando pretendiamo troppo dal libro che stiamo leggendo.

C’è un limite entro il quale il lettore può imparare da un libro. Riassumendo a costo di sembrare riduttivo, ciascun romanzo espone un tema secondo un punto di vista fortemente legato a quello dell’autore. Che ci si trovi in sintonia o in disaccordo con esso, non ha importanza: la letteratura sta compiendo una delle sue tante opere, ovvero quello di mettere in discussione ciò in cui noi crediamo. Il limite è nel lettore: quel punto di vista non deve essere necessariamente il nostro, né dobbiamo farlo nostro a costo di perdere la nostra identità di lettore. Nel momento in cui eleggiamo un unico punto di vista come nostra guida, eseguiremo tutto quell’insieme di azioni che ci porterà a mantenere viva l’illusione della verità come la percepiamo noi – la camera dell’eco, in soldoni.

Immagino quel commentatore come un appassionato di Italo Calvino. Riesco a vedere gli scaffali della sua biblioteca personale stipati fino a piegarsi di tutte le sue opere, anche le prime edizioni introvabili. Magari avrà anche qualche altro libro, ma Calvino è l’autore di riferimento, è la casa sicura dove tornare ogni volta che non sa dove andare. Calvino è anche il metro di giudizio con il quale misura ciascuna uscita mensile in libreria, che giustifica il suo disgusto verso la produzione italiana o straniera perché non è come “Il sentiero dei nidi di ragno” o “Il barone rampante”. Calvino è il suo maestro, il fulgido esempio da seguire nel buio dell’editoria.

Calvino è la sua miseria, e la sua gabbia, perché gli ha insegnato che i libri si scrivono, parlano e insegnano in un certo modo e diffondendo un certo messaggio. Calvino, per lui, è l’illusione della perfezione e la fine del suo spirito critico.

Dunque, i libri possono assottigliare le nostre menti. A questo punto, cosa fare?

Può sembrare una risposta piuttosto ovvia, ma la soluzione migliore per uscire da questo impasse è una sola: la curiosità. Uscire dai ranghi auto-imposti, leggere libri che difficilmente entrerebbero nelle nostre corde; mettere in discussione i nostri autori preferiti; leggere sempre, avventurarsi verso lidi che potrebbero non piacere e farsi largo nel banco della nebbia dell’incertezza anche quando il libro appare difficile. La letteratura non è fretta, anzi: è piacere della scoperta, è dispiacere della perdita, è sfida accattivante; ma soprattutto, è crescita personale dai propri errori. Il pregiudizio è mera consolazione, è la vocetta nella testa che dice, «Non puoi farcela». Il pregiudizio è una vergogna mascherata da benessere personale, e va superato.

Uscite dalla vostra zona di conforto. Leggete libri di autori che non conoscete, di cui non avete mai sentito parlare e dedicategli tutto il tempo che volete

Io personalmente non ritengo di aver letto granché di variegato: mi piacciono i thriller, ma ho una predilezione per Paul Auster e William Faulkner; ho letto libri sul linguaggio del corpo e mi sono avventurato in libri di divulgazione scientifica nonostante sia completamente a digiuno in merito. Nella mia libreria si trovano biografie di persone famose o meno come libri sulla scienza, sulla psicologia e sul mestiere di scrivere. Non ha importanza cosa ho letto, bensì come l’ho letto. Ho letto libri sapendo che forse non mi sarebbero piaciuti, vuoi per lo stile o per le idee dello scrittore, per poi rendermi conto di avere di fronte a un solido romanzo.

Il segreto è tutto lì: variare le proprie letture anche con libri che difficilmente entrerebbero nelle proprie corde. Ho ancora “Il pendolo di Foucault” di Umberto Eco da finire di leggere, come anche “Follia” di Patrick McGrath. Li ho accantonati, ma non abbandonati, perché so che potrebbero avere qualcosa di costruttivo per il sottoscritto. La differenza è forza, non limitazione. 

Lasciate che sia la letteratura a guidarvi, non il vostro pregiudizio!

Bartleby

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3 risposte a "Può la letteratura chiudere la nostra mente?"

  1. Discorso interessante e sempre attuale. Credo però che molto dipenda dal carattere della persona, nel senso che se uno è già tendenzialmente ottuso e limitato nel suo modo di rapportarsi alla gente, al mondo, alle varie esperienze di vita, di conseguenza lo sarà anche nei gusti, nei passatempi, nelle scelte letterarie e non. La cosa più deleteria (condivido il tuo pensiero) è quella di giudicare aprioristicamente un testo, un autore, un genere letterario senza averlo indagato e testato di persona, magari solo per “sentito dire da altri” o perché condizionati da schiocchi e sterili pregiudizi. Senza apertura mentale, senza curiosità, senza elasticità di pensiero si spreca tutta la vita a calpestare la stessa mattonella; il problema è che chi si lascia dominare da fisime e capestri mentali, raramente si rende conto del loro effetto autolimitante… La scelta più intelligente è sempre quella di confrontarsi con più argomenti per mettersi alla prova, per avviare dentro di sé nuovi percorsi di introspezione e riflessione, e ciò non toglie in ogni caso il diritto di avere poi delle preferenze. Come è giusto che sia.
    PS Vista la nascita recente del tuo blog, mi permetto di darti un piccolo consiglio: prova ogni tanto (quando hai voglia e tempo che avanza) a visitare i link che trovi elencati nel mio blogroll, perché sono sicura che troveresti tante persone simpatiche (e mentalmente aperte 😉 ) con le quali avviare scambi d’opinione utili e costruttivi.

    Piace a 1 persona

  2. vigliettiandrea ha detto:

    Davvero complimenti per l’articolo! Troppo spesso i lettori si fermano alla convinzione che i libri amplino gli orizzonti mentali, ma questa convinzione è un po’ troppo idealistica. Ci vuole spirito critico per capire che, in base al modo in cui si legge, potrebbe anche capitare il contrario. Sono contento di aver trovato qualcuno che si accorge di questo. Il riferimento alla camera d’eco è davvero adatto e condivido con te l’importanza della curiosità, nella lettura come nella vita. 😉

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