Riflessioni

Può la letteratura chiudere la nostra mente?

E ora, qualcosa di completamente diverso: voglio condividere con voi una piccola riflessione su un argomento che mi ha particolarmente colpito.

Pochi giorni fa, in un gruppo dedicato alla letteratura contemporanea, si è sviluppato un incidente di percorso (chiamiamolo così). Una ragazza pubblica l’estratto dal libro “Sorella, mio unico amore” per incitare i membri del gruppo a riconoscerne il titolo. Il passo citato è questo:

“La donna ha un buco in mezzo alle gambe, l’uomo ci ficca il cazzo.”
Allora è questo che fanno gli adulti?
C’era una rozza semplicità in quel fatto. Una sorta di geometria.
Ma Skyler ci rimugino su, scettico.
Si chiedeva: “Perché?”

È un passo molto intenso che avviene poco dopo la separazione dei genitori del protagonista. Nel contesto, quel breve scambio di parole serve a dimostrare la profonda grettezza mentale dei ragazzi che crescono in famiglie agiate e ipocritamente cristiane: il pezzo scelto è particolarmente crudo e disumanizzante, tuttavia, l’estratto lascia uno spiraglio di riflessione al lettore, che si ritrova a pensare alla perdita dell’innocenza e alla riduzione della dimensione umana al mero “carne e sesso”.

Sarà stato per la crudezza del linguaggio o perché Joyce Carol Oates è un’autrice fortemente polarizzatrice, complice anche la scarsa conoscenza di alcuni membri in merito; fatto sta che il post si è subito acceso di urla e furore, di insignificanti polemiche montate da chi si sarebbe tenuto ben lontano dal leggere quel libro per un pregiudizio personale.

Fra i molti commenti a quel post, uno in particolare si è distinto non per il linguaggio usato, quanto per il messaggio che ha voluto veicolare.

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Recensioni

“Sorella, mio unico amore” (Joyce Carol Oates, 2008)

cover

La copertina italiana (2008)

Titolo originale: My Sister, My Love
Anno di pubblicazione: 2008
Nr. pagine: 667

Questo libro fa male. Ti penetra come farebbe l’ago di una siringa se fosse in mano a un’infermiera nervosa: grossolanamente, goffamente, lacerando la pelle in cerca di un punto dove lasciar scorrere il magma emotivo. La prosa densa dovrebbe rendere la voce di un ragazzo di 19 anni, ma i toni claudicano fra maturità e puerilità, tra la necessità di dover “vuotare il sacco” su un mistero mai risolto e l’incapacità (forzata?) di voler ricordare perfino il più piccolo fra i dettagli importanti.
Un’impresa titanica, una fatica che si trasferisce dall’autore al lettore come un compito da tramandare di generazione in generazione; una responsabilità, a tratti, troppo grossa da mandare avanti.

Eppure…

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